Focus

FORCHE, ROGHI E GHIGLIOTTINE

FORCHE, ROGHI E GHIGLIOTTINE di Jonathan J. Moore
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Ecco un libro che per trattare l’argomento della pena di morte coniuga un approccio storico e aneddotico, leggero e profondo insieme, riuscendo a informare, soddisfare molte curiosità, intrattenere e al contempo suscitare interrogativi e importanti riflessioni sul tema.
Per secoli le esecuzioni capitali si sono svolte pubblicamente alla presenza di folle assetate di sangue. Ed ecco sorgere il primo interrogativo: se le esecuzioni fossero pubbliche, vi piacerebbe assistervi?
La pena di morte è ancora oggi molto diffusa nel mondo, anche nei paesi occidentali cosiddetti ‘moderni’, con dati che potrebbero sorprendere coloro che non sono del settore. E allora, conoscere la storia della sua evoluzione, le modalità, le ‘ragioni’ che vi sono dietro aiuta a evitare che gli errori commessi in passato possano ripetersi anche in futuro.
Il libro segue tre filoni che si intrecciano tra loro: storia, tecniche, e infine persone e aneddoti.
A una parte prettamente storica che segue l’evoluzione della pena capitale attraverso i secoli e presso le varie civiltà antiche si affianca una disamina tecnica di metodi e strumenti in uso soprattutto nelle civiltà moderne, il tutto costellato da una parte più ‘aneddotica” e interessata alle ‘curiosità’ e alle singole storie. La narrazione si dipana tra aneddoti bizzarri, raccapriccianti, macabri, elenca casi particolari o emblematici, e presenta alcuni personaggi – vittime o carnefici – che per vari motivi sono passati alla storia. Vittime remissive o particolarmente combattive, carnefici efficienti e ‘professionali’ o maldestri malcapitati costretti a svolgere una mansione che nessuno avrebbe mai accettato; e ancora gaffes, errori, incidenti tecnici, malfunzionamenti o al contrario esecuzioni esemplari, rapide e ‘compassionevoli’ compongono un quadro a tinte forti e fosche.
L’esecuzione pubblica è da sempre un modo di far rispettare le norme e i costumi della società, a partire dalle comunità primitive di cacciatori e raccoglitori o dalle società aborigene.
Nell’antica Roma, per far sì che tutti gli abitanti dell’impero sapessero esattamente come dovevano comportarsi, esecuzioni e teatro vennero conciliati. Tra le modalità di esecuzione più note vi erano, naturalmente, i giochi gladiatori e la crocifissione. Questa associazione tra pena capitale e teatralità rimarrà fino ai giorni nostri.

Con la caduta dell’Impero romano, le esecuzioni in Europa occidentale ridiventarono piuttosto rozze, ma con la nascita degli stati nazionali (e di una nuova classe di boia professionisti) riemerse un certo grado di teatralità. L’invenzione della stampa permise a chi viveva nel tardo Medioevo e in epoca rinascimentale di descrivere e illustrare per filo e per segno i terribili supplizi che venivano inflitti ai membri delle rispettive società: tra le morti più orribili, ricordiamo la bollitura, la lapidazione, l’impiccagione, lo sventramento, lo squartamento, l’annegamento, l’accecamento, l’impalamento e lo scorticamento. Nell’Europa continentale era diffuso l’uso della spada da decapitazione, mentre in Inghilterra si preferiva la scure. All’inizio dell’epoca moderna furono sviluppate modalità di esecuzione più efficaci, come il metodo della caduta lunga per l’impiccagione in Gran Bretagna e la ghigliottina in Francia e Germania. E fu grazie alla Rivoluzione francese che gli spettacoli delle esecuzioni di massa tornarono ad appassionare il pubblico. Alla fine del XIX secolo, in quasi tutto il mondo occidentale la smania del pubblico per lo spettacolo dell’esecuzione giunse al punto da provocare risse tra gli spettatori, che finivano talvolta per morire calpestati. I governi democratici ritennero che simili dimostrazioni pubbliche di istinti sanguinari fossero controproducenti e si cominciò a comminare le pene capitali a porte chiuse. Questa nuova tendenza era gradita a regimi sanguinari come quello nazista o bolscevico, dal momento che permetteva di reprimere gli oppositori nel modo più spietato e con il minor clamore possibile.
Il teatro dell’esecuzione prosegue negli Stati Uniti del XXI secolo. Oggi, però, anziché di fronte a folle assetate di sangue in uno spazio pubblico, il dramma si snoda in una serie interminabile di udienze e ricorsi in tribunale che culminano poi con la morte. Negli stati totalitari, invece, dissidenti e criminali vengono uccisi con assoluta discrezione.
La parte che il libro dedica all’epoca moderna prende in esame, in particolare, le tecniche ancora in uso in molti paesi del mondo. Negli Stati Uniti si è tentato a più riprese di alleviare la sofferenza arrecata dalla pena capitale proponendo di volta in volta soluzioni moderne come la sedia elettrica, la camera a gas e l’iniezione letale. Resta da vedere se queste modalità si rivelino realmente meno dolorose per i condannati: certo è che sono stati proprio questi strumenti a provocare alcuni degli incidenti più raccapriccianti.
Dopo la lettura delle pagine del libro dedicate a queste tecniche il lettore saprà giudicare da sé se lo scopo di una morte somministrata in maniera compassionevole è stato raggiunto o se si tratti piuttosto di un ossimoro difficilmente traducibile in realtà.

Accanto alle storie di innumerevoli vittime, più o meno illustri, più o meno malvage e meritevoli di morire, altrettanta attenzione è riservata ai boia: molti di loro trovavano difficile svolgere il proprio lavoro e si davano all’alcol, sprofondavano nella depressione o arrivavano al suicidio. Altri invece sembravano provarci gusto e arrotondavano la paga raccontando aneddoti raccapriccianti e finendo per diventare piccole celebrità. Altri ancora manifestavano tipiche tendenze psicopatologiche. C’è anche chi in epoca moderna svolge con asettico spirito imprenditoriale quella che da molti viene considerata una professione rispettabile.
Si susseguono in tutto il libro numerosi aneddoti, più o meno impressionanti, e l’intero capitolo conclusivo risulta oltremodo bizzarro: Post-mortem tratta il destino delle spoglie mortali dei condannati nelle epoche passate (ma non troppo): i loro vestiti, il sangue, la pelle, le ossa, ogni parte del corpo veniva ‘utilizzata’.
Dopo aver portato via il cadavere, il boia lo divideva in varie parti da vendere a speziali e altri clienti che le utilizzavano come ingredienti nei farmaci. I crani si potevano vendere interi dopo che il boia ne aveva raschiato la carne ed estratto il cervello. Le ossa, invece, si tritavano per farne “granaglie umane”, il cadavere si bolliva per distillarne grasso e sale, mentre i lembi di pelle venivano conservati per applicarli in seguito su articolazioni infiammate o sul ventre delle donne incinte per alleviarne i dolori.
Circolavano molte superstizioni riguardo ai poteri magici di ciò che restava dopo un’esecuzione. I boia potevano vendere parti del corpo e del cappio, come pure impadronirsi del vestiario dei defunti. Più il detenuto era famigerato, maggiore era il prezzo che si poteva chiedere per questi oggetti e per le loro presunte proprietà soprannaturali. Spesso i condannati sceglievano di andare incontro alla morte avvolti in un semplice sudario, solo per fare un dispetto al boia.
Sangue, unguenti, medicamenti, reliquie, parti di arti e perfino il prosciutto d’uomo… fin dove sareste disposti a spingervi per guarire da una malattia incurabile?

 Focus a cura di Rossella Botti

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Jonathan J. Moore si è laureato in arte alla Melbourne University, per poi specializzarsi in storia e anglistica. Da una ventina d’anni lavora come insegnante e autore. Nel suo lavoro di ricerca si concentra sugli aspetti meno noti della storia, con un interesse particolare per la Grecia dell’Età del bronzo e la civiltà etrusca. Ha lavorato a diversi scavi archeologici e ama partecipare a eventi di rievocazione storica, in particolare quelli relativi alla Guerra di secessione americana, alla Guerra civile inglese e al periodo napoleonico. Appassionato di wargame, ha scritto articoli per diverse pubblicazioni. Con #logosedizioni ha pubblicato anche Pistole, pugnali e veleni.

 

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