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ELICA STUDIO PRIMA METÀ: ELISABETTA BOVINA

In via San Felice, a Bologna, troverete una vetrina con tanti cuori di porcellana esposti, tutti diversi l’uno dall’altro. Cuori spinati, cuori dorati, cuori bucati, anneriti, scritti… e proprio come in tutte le cose, lasciandosi condurre dalla curiosità si finisce con lo scoprire una porta che dà sul retrobottega, che in questo caso è un grande laboratorio di porcellana con tre forni funzionanti: Elica Studio. Con grande sorpresa, però, scopro che è molto più della fabbrica dei cuori esposti nella vetrina del negozio, è due persone: Elisabetta e Carlo, che, contrariamente alla tendenza che imperversa nella nostra società e nel nostro modo di approcciarci alla vita e al lavoro, sono degli entusiasti e curiosi amanti della cultura e soprattutto della novità. Aperti al mondo, allo scambio intellettuale e culturale intergenerazionale, sono in continuo movimento e non si arrendono di fronte a niente.
Quanti di noi possono dire la stessa cosa di sé stessi? 

Elisabetta: È una malattia, diciamo un’ossessione, che ho da quando ero piccola. Forse a fare la differenza è stata una visita ai Musei Vaticani con mia madre, avevo undici anni, ed entrammo nella sala in cui si trova il gruppo del Laocoonte che difende i suoi figli dal serpente… Può essere che io abbia avuto la sindrome di Stendhal (“Ero giunto a quel livello di emozione dove si incontrano le sensazioni celesti date dalle arti ed i sentimenti appassionati. Uscendo da Santa Croce, ebbi un battito del cuore, la vita per me si era inaridita, camminavo temendo di cadere.”). Era talmente potente! Mi sentii come quando sei di fronte a certi paesaggi, e percepisci la tua piccolezza nell’universo. Mi è rimasta impressa la potenza della forma, la potenza del gesto dello scultore, la tensione di questo padre che difendeva i figli dal serpente. Mi ha sconvolto, in positivo, e questa impressione non me la sono mai dimenticata, e da lì in poi è sempre stato un cercare le cose belle, e volerle disegnare.
Il liceo fu una violenza, con la matematica, la fisica, al punto che convinsi l’insegnante di disegno tecnico a farmi fare gli acquerelli. Per la mia famiglia la bellezza non era una cosa seria, ho sempre avuto questo conflitto tra il fare le cose considerate serie e fare le cose divertenti. Così dopo il liceo andai in una facoltà seria, lingue, volevo laurearmi in russo perché mi piaceva la letteratura russa, ma anche lì, i soliti programmi ministeriali dell’università che per laurearti in russo devi fare comunque sette esami di inglese, tre di spagnolo, due di tedesco, due di francese… Frequentai un anno, andai solo a lezione di russo e non di inglese, e iniziai a litigare con mio padre in maniera furiosa. Volevo fare delle cose legate all’arte e alla fine me ne andai.

PHYLLOCALLOS: piedi con i tacchi, e ho detto tutto.

Mi sono dedicata alla ceramica perché il fratello di mia madre conosceva questa signora che aveva un laboratorio a Terni, e quindi andai a lavorare con lei. Avevo già fatto un corso estivo di scultura a Pavia e mi era piaciuto, ma in questo laboratorio iniziai a spazzare per terra, a fare delle piccole cose, e non mi piaceva molto quello che si produceva, e poi volevo studiare. Fu però un anno molto importante, perché vissi da sola per la prima volta, avevo vent’anni, e capii che la solitudine per me non sarebbe mai stata un problema.
Cercai una scuola che non fosse la solita facoltà di architettura, venne fuori questo ISIA di Faenza e mi iscrissi. Dopo due anni conobbi Carlo, con cui, oltre a condividere il percorso scolastico, avvertii da subito una grande intesa che si trasformò in intere giornate e nottate trascorse a parlare, a condividere, a crescere insieme.
Lui ha sempre disegnato, il fatto che lui disegnasse da un certo punto di vista mi tranquillizzava, perché mi dava la possibilità di vedere sempre qualcosa di bello, e lui lo faceva in maniera costante e continua. Io invece facevo un po’ fatica. Finita la scuola inventai mille scuse, non volevo dipendere economicamente dai miei genitori e feci diversi lavori: la lavapiatti di sera, la mattina nello studio di un architetto, feci l’assistente per un fotografo di fotografia industriale… fino a che non arrivò la casa editrice di Faenza, diventai la direttrice editoriale di una rivista di ceramica e per quindici anni diventò la mia parte privata, quella che ho sempre gestito da sola e che mi piaceva moltissimo perché amo la carta, è la mia parte intellettuale, grammaticata, un rapporto che ho sempre coltivato.
Ho sempre avuto la passione per il disegno, da quando avevo quattro anni e iniziai a disegnare, ma facendo questo percorso con Carlo, per il fatto che lui disegnava, mi sono concentrata di più sulla materia, che a me piace molto e a lui no. Da piccola giocavo con il fango, ero dinamica, vivace, non riuscivo a giocare con le bambole… Unendo le nostre due energie, è stato spontaneo e automatico che uno facesse la parte di grafica e disegno, e l’altra la parte più pesante della materia. Di solito è il maschio che fa le cose pesanti e la femmina quelle leggere, soprattutto in ceramica la decorazione è sempre stata affidata alle donne, invece noi abbiamo invertito i ruoli, in modo molto naturale, perché fondamentalmente non c’è mai stata competizione fra di noi. I modelli li faccio io, ma le cose nascono sempre a quattro mani e da un disegno di base, modificato da entrambi. La parte fantastica è il fatto di capirsi velocemente, di capirsi subito.

PHYLLOCALLOS: piedi con i tacchi, e ho detto tutto.

Lavoro la maiolica perché ha tantissimi limiti, fortissimi, e capii che mi piaceva sfondare la materia. Ti insegnano che bisogna usare spessori molto grandi perché diversamente le cose si rompono, io invece iniziai a fare delle cose molto sottili, a spingere sempre in direzione opposta. L’approccio con un materiale come la porcellana è stato quasi automatico, è venuto studiando la storia della ceramica. In Italia c’è questa storia e tradizione importante della maiolica, ma andando per mostre incontrai la porcellana e capii che è un’altra cosa, un altro mondo. Devo ringraziare Gian Carlo Calza e i libri che ha scritto sul Giappone (la connessione come vedi è sempre con la scrittura). Diventai curiosa, volevo capire di più, iniziai a leggere molte cose sulla porcellana giapponese, forse perché dal mio punto di vista quella cultura è molto lontana dal nostro essere mediterranei, ci sono proprio delle difficoltà di comprensione, che penso siano insuperabili, nel senso che sono strettamente connesse con la genetica, per quanto uno possa entrare in quella dimensione culturale, certe cose si capiscono solo se si hanno quei geni. In realtà la porcellana è nata in Cina e venne solo successivamente utilizzata anche dai giapponesi, così dal Giappone passai alla Cina. Ovviamente, per ragioni politiche, il Giappone tratta e considera questo materiale in modi completamente diversi, nel senso che c’è una cultura che tiene a valorizzare questo tipo di prodotti, al punto che l’ultimo erede della dinastia Raku, che è questa tecnica per fare delle scodelle da tè, è considerato tesoro nazionale, mentre la Cina invece è una repubblica popolare, e quindi diciamo che la rivoluzione culturale cinese ha disperso molti tesori e tradizioni, ma è lei la madre della porcellana, con queste grandi montagne di caolino, il materiale che ha fatto la differenza.
Poi c’è il bianco. Noi se pensiamo al bello e pensiamo all’arte pensiamo a delle cose molto colorate, e il fatto che questo materiale sia così bianco e abbia la possibilità di essere tanti bianchi diversi, perché le differenze sono veramente infinite, mi affascina. Mi viene sempre in mente la descrizione che fa Peter Høeg ne Il senso di Smilla per la neve, di questi bianchi glaciali della neve… quando si conosce la porcellana si capisce questa diversità tra i bianchi. Per me la porcellana è affascinante, come quando sei affascinato da una persona che ti piace molto, ma che è anche molto difficile da approcciare. La porcellana è la stessa cosa: è un materiale tremendo che va trattato sempre con moltissimo rispetto, dandole sempre del lei e poco del tu. Ci sono delle regole legate alla chimica che vanno rispettate, la tecnica ceramica è molto esatta, con moltissime formule e moltissime regole, ma è importante alle volte anche infrangerle, significa sperimentare e dare un senso al lavoro.

PHYLLOCALLOS: piedi con i tacchi, e ho detto tutto.

Il problema legato a questo materiale è che spesso la tecnica, che devi conoscere altrimenti non puoi lavorare, è qualcosa che tende a tirarti verso il basso, verso la terra, perché ti vincola in maniera pesante. Spesso si rimane affascinati dalla tecnica, da questa capacità di riuscire a inventare uno smalto, un modo di fare, e inevitabilmente si rimane invischiati, come quando cammini in un campo e improvvisamente c’è una zona paludosa e cominci ad affondare, perché c’è questa forza di gravità, che questo materiale ha, che è pesante e ti tira verso il basso. Questo io non l’ho mai sopportato, mi sono sempre tenuta molto a distanza, e sono sempre stata molto critica nei confronti di coloro che della tecnica hanno fatto il loro plus nel lavoro. Credo che in qualsiasi mezzo espressivo, quello che fa la differenza sia la storia che sei in grado di raccontare. Se non sei in grado di raccontare storie, ma sei molto bravo a fare dei colori o a cuocere con delle tecniche particolari, dal mio punto di vista puoi anche lasciar perdere.
La conoscenza della tecnica non deve vincolare la creatività. La cosa divertente e interessante, secondo me, è rendere leggero un materiale così pesante, non puoi essere troppo concentrato sulla tecnica perché poi sarà la tecnica a impadronirsi di te e non il contrario.
L’obiettivo per me è sempre quello: bisogna che io sia felice. Felicità è una parola grande, e per me significa che devo poter stare bene, devo poter continuare a lavorare. Io spero di morire lavorando, potrebbe anche essere fra un’ora, va benissimo, ma deve essere così. Non mi terrorizza la morte, mi terrorizza l’idea della malattia, di non potere fare questo lavoro, di non poter continuare.
Quello che fa la differenza è il bisogno di confrontarmi con persone e idee di culture diverse, quindi lo scambio – abbiamo sempre avuto le porte aperte nel nostro laboratorio – e anche la curiosità, la voglia di conoscere modi di pensare diversi. Mi immagino Elica Studio come una factory, come quella di Andy Warhol, piena di gente di età diverse, anche molto giovani, perché ci sono dei giovanissimi che sono molto interessanti. Vorrei dare continuità a questo scambio di materia grigia ma anche pratica. Immagino questa cosa molto viva, con un ricambio generazionale continuo, di figure, di persone che vengono anche da culture diverse.
Ciò che conta non sono tanto i progetti quanto unire le energie, che per me sono sempre positive, per far crescere qualcosa di diverso, per essere sempre in grado di raccontare il contemporaneo, per riuscire a raccontare delle storie che piacciono a quelli di quel giorno, di quel momento, di quell’anno. Storie intriganti molto belle o anche terribili, perché penso che l’obiettivo sia colpire, coinvolgere. Il coinvolgimento determina il bisogno dei giovani, loro sono l’oggi, e noi dobbiamo riuscire a parlarne con loro e a farlo in modo interessante, sennò meglio ritirarsi e coltivare le fragole o i pomodori. Penso.

Elisabetta Bovina

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