Focus

IL SORRISO RUBATO

IL SORRISO RUBATO
di Richard Barnett

La cura dei denti è un argomento che desta in ognuno di noi un miscuglio di emozioni diverse e spesso contrastanti: interesse, ambizione, preoccupazione, inquietudine. Nel XXI secolo un sorriso perfetto non è segno solo di bellezza e buona salute, ma anche di successo, prestigio e autorevolezza. Anche senza essere divi del cinema, nessuno vuole presentarsi in pubblico con i denti sporchi o l’alito pesante, men che meno con un accenno di tartaro o – nel peggiore dei casi – una carie. Eppure, una delle paure più diffuse è proprio quella del dentista, spesso immaginato come un mostro sadico che trae godimento dalle sofferenze di miseri pazienti. Questa repulsione innata è facilmente comprensibile se pensiamo che la bocca è una delle parti più delicate e preziose del corpo; la usiamo infatti per svolgere i compiti più importanti e al tempo stesso intimi, come mangiare, parlare, baciare… senza contare che il dolore alla testa può sembrarci insopportabilmente vicino all’essenza del nostro essere. D’altra parte, siamo perfettamente consapevoli del fatto che i dottori moderni sono professionisti con anni di studio alle spalle che operano in ambienti asettici con strumenti e tecniche all’avanguardia. Se questo non basta ad attenuare i nostri timori, come dovevano sentirsi i nostri antenati nei secoli passati, quando non esistevano anestesia e sterilizzazione, e quando l’alternativa ad atroci tormenti era rivolgersi a un maniscalco di campagna improvvisatosi cavadenti? L’odontoiatria, come qualsiasi altra scienza, ha fatto passi da gigante nel corso della storia ed è assai difficile per noi immaginare quali patimenti doveva causare un dente malato nel Medioevo, quali erano i rimedi consigliati negli antichi manuali di medicina e come venivano eseguite le estrazioni dai cerusici rinascimentali.

Proprio di questo ci parla lo studioso Richard Barnett nel suo libro Il sorriso rubato, primo di tre volumi dedicati alla storia della medicina pubblicati da #logosedizioni (completano la serie La Venere anatomica – sulle statue di cera realizzate tra il XVIII e il XIX secolo per l’insegnamento dell’anatomia umana – e Interventi cruciali – sui progressi e le trasformazioni della chirurgia nel XIX secolo). La trattazione si articola in sette capitoli che ripercorrono l’evoluzione dell’odontoiatria dalla preistoria ai giorni nostri, con uno stile chiaro e coinvolgente grazie anche al gran numero di curiosità, aneddoti e documenti d’epoca riportati. I testi, inoltre, sono accompagnati da un ricchissimo apparato di illustrazioni, fotografie, caricature e dipinti a tema, tanto affascinanti quanto spaventosi, provenienti per lo più dall’archivio della Wellcome Collection, museo gratuito con sede a Londra il cui obiettivo è indagare, attraverso reperti, attrezzature e opere d’arte, i rapporti tra scienza, medicina, vita e arte nel passato, presente e futuro.

 

Il racconto di Barnett parte da lontano perché, come è evidente dai ritrovamenti archeologici, i problemi ai denti hanno afflitto l’umanità sin dai suoi albori. Già le popolazioni primitive, infatti, erano costrette a farci i conti, anche se le loro sofferenze non erano quasi mai dovute alle carie, dato che non consumavano come noi alimenti ricchi di zuccheri, bensì all’usura dello smalto provocata dalla graniglia di macina che finiva nel cibo. Nelle antiche culture asiatiche e mediorientali era diffusa la credenza che a causare il mal di denti fosse un verme maligno – da scacciare preferibilmente con del fumo – oppure uno squilibrio degli umori corporei. Queste teorie sopravvissero per migliaia di anni, ma già i greci del IV secolo a.C. intuirono le potenzialità nocive dei frammenti di cibo incastrati tra i denti, mentre gli artigiani etruschi e romani erano in grado di realizzare raffinate capsule in oro, ponti e dentiere in avorio o legno di bosso. Le ricette per medicamenti più o meno fantasiosi abbondavano in tutto il mondo (si andava dall’hashish all’agopuntura, fino alla polvere dentifricia preferita da Messalina, moglie dell’imperatore romano Claudio, composta di sale ammoniacale, resina di lentisco e corna di cervo ridotte in cenere), ma l’unico rimedio davvero efficace rimaneva l’estrazione, realizzata per lo più con un paio di tenaglie.

La situazione peggiorò quando, tra il Medioevo e la prima Età moderna, il consumo di zucchero e di tabacco cominciò a diffondersi in Europa tra le classi più ricche. Ecco dunque spiegato perché Luigi XIV di Francia, il Re Sole, aveva già perso quasi tutti i denti all’età di quarant’anni, mentre Elisabetta I d’Inghilterra li aveva in gran parte guasti e per di più rifiutò a lungo di curarsi, almeno finché il vescovo di Londra non si offrì di farsi cavare un dente al suo cospetto per dimostrarle che l’operazione non era poi tanto dolorosa. Il galateo di corte, tuttavia, imponeva ai nobiluomini e alle nobildonne di mantenere la bocca pulita e profumata, il che spiega il proliferare nel Rinascimento di pubblicazioni dedicate all’igiene orale e di strumenti quali collutori, stuzzicadenti in oro o argento e spazzolini rivestiti di metalli preziosi. Per problemi più seri come le carie, però, i cortigiani erano costretti a rivolgersi ai chirurghi (una categoria all’epoca assai eterogenea, che comprendeva tanto barbieri quanto professori universitari), dal momento che i medici non si abbassavano a svolgere prestazioni manuali. La causa del dolore era ancora identificata con il famigerato verme maligno, che poteva essere tenuto alla larga grazie alla nuova tecnica delle otturazioni in oro. Naturalmente, tale rimedio era fuori dalla portata della gente comune, che poteva contare solo su un’estrazione rapida e dolorosa, con la testa infilata tra le ginocchia di un cavadenti ambulante. Questi mediconzoli aprivano bottega nelle piazze del mercato o presso le grandi fiere e attiravano il pubblico comportandosi da veri e propri intrattenitori; spesso infatti indossavano abiti stravaganti ed erano accompagnati da ballerine, scimmie ammaestrate e complici che si fingevano pazienti per dimostrare quanto l’intervento fosse semplice e indolore.

A tale schiera di ciarlatani si contrapposero – a partire dall’inizio del XVIII secolo – i nuovi dentistes parigini, nel contesto più ampio di una ricerca di uno status più elevato da parte dei chirurghi francesi. Costoro si presentavano come professionisti raffinati e qualificati al servizio dell’élite cittadina, in un’epoca in cui non contava più il valore dimostrato in battaglia, quanto piuttosto l’ostentazione delle proprie ricchezze e del proprio aspetto. Astuti uomini d’affari, i dentistes ebbero però anche il merito di conferire maggiore dignità e contegno alla figura del cavadenti, nonché di introdurre nuovi metodi per salvare i denti evitando così il ricorso all’estrazione. Inoltre, cominciò a diffondersi l’uso di dentiere realizzate in avorio o in porcellana, ma anche con denti di animali o addirittura umani, che venivano prelevati dai cadaveri o dai poveracci disposti a venderli per qualche soldo. Certo, erano ancora protesi rudimentali che il più delle volte si rivelavano scomode, difficili da pulire e persino pericolose (le molle usate per tenerle insieme potevano saltare e provocare serie lesioni in bocca), ma erano sempre meglio di niente.

 

 

Fu solo nell’Ottocento che la produzione in serie industriale e le nuove tecniche di vulcanizzazione della gomma permisero di ottenere dentiere più comode, realistiche ed economiche. Nello stesso periodo, i primi tentativi (non sempre andati a buon fine) di somministrazione di anestetici quali l’etere, il cloroformio e la cocaina resero sempre meno spaventosa l’idea di sottoporsi agli strumenti del dentista, il quale a sua volta poteva ormai contare su trapani a pedale e poltrone regolabili. Tra contese legali per i brevetti ed esperimenti che fecero la fortuna di alcuni e la disgrazia di altri (con qualche episodio di cronaca nera), gli odontoiatri cominciarono a veder riconosciuto il proprio ruolo all’interno della professione medica, grazie soprattutto a una regolamentazione giuridica della pratica e all’istituzione di corsi universitari.

L’Ottocento è anche il secolo in cui assunse sempre più importanza l’odontologia forense, disciplina che permette di ricavare informazioni a scopo investigativo dai resti di dentature e protesi dentarie. I denti, infatti, sono forti, resistono alla compressione e mantengono le loro caratteristiche anche dopo aver trascorso secoli sottoterra o essere stati esposti a qualsiasi agente esterno, eccezion fatta per gli incendi più violenti. Grazie alle testimonianze dei dentisti divenne quindi possibile risolvere casi come quello del rispettato professore di chimica John White Webster, che nel 1849 a Boston uccise il facoltoso benefattore George Parkman (con cui aveva contratto un forte debito) e ne gettò il corpo smembrato nel fuoco. A incastrarlo furono alcuni denti e frammenti di protesi dentaria rinvenuti nella fornace del suo laboratorio. Nel corso dell’ultimo secolo, l’odontologia forense non è stata utile solo per assicurare alla giustizia assassini come Karl Denke, “il cannibale della Slesia” che conservava i denti delle sue vittime, o John George Haigh, che invece ne scioglieva i corpi nell’acido, ma anche per sbrogliare questioni di portata storica: è grazie alle evidenze odontoiatriche, infatti, che fu possibile identificare con certezza i resti di Hitler o dell’ultimo zar di Russia, Nicola II, così come quelli di alcuni desaparecidos argentini o soldati americani dispersi in Vietnam.

Lo scoppio della Prima guerra mondiale segnò l’inizio di una svolta radicale nell’atteggiamento dei medici nei confronti dell’odontoiatria. I combattimenti in trincea esponevano il volto dei soldati a terribili ferite e se molti veterani recuperarono un certo grado di funzionalità facciale e un aspetto quasi normale fu anche merito dei dentisti. Nel frattempo, tanto in Europa quanto negli Stati Uniti, cresceva l’attenzione dei governi per la salute dei cittadini, e in particolare dei bambini, futuri lavoratori e soldati. Comparirono dunque i primi programmi di prevenzione nelle scuole e di assistenza odontoiatrica che resero l’accesso alle cure più economico e in alcuni casi addirittura gratuito.

Ma il mutamento più vistoso nella professione odontoiatrica nel Novecento fu quella che è stata definita la “seconda rivoluzione del sorriso”, ossia i nuovi atteggiamenti culturali ed estetici nei confronti della bocca e dei denti, alimentati dal peso sempre crescente nella società di fotografie, cinema e pubblicità, che spingono le persone a rivalutare il proprio aspetto e il proprio modo di presentarsi per omologarsi agli ideali di bellezza dominanti. È il sorriso del successo che noi tutti ben conosciamo – e ricerchiamo.

Focus a cura di Federico Taibi

 

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L’autore:
Richard Barnett
è uno scrittore e insegnante che collabora con radio e televisioni su tematiche riguardanti la storia culturale della scienza e della medicina. Terminati gli studi di medicina a Londra, si è votato alla storia e insegna nell’ambito del Pembroke-King’s Programme a Cambridge. Nel 2011 gli è stata conferita una delle prime Wellcome Trust Engagement Fellowships, e ha all’attivo diversi interventi alla televisione e alla radio nel Regno Unito e negli Stati Uniti. Il suo primo libro, Medical London: City of Diseases, City of Cures, è stato nominato Libro della settimana da BBC Radio 4, mentre il successivo The Sick Rose è stato definito da Will Self “superbamente chiaro ed erudito”. Il suo ultimo libro è Interventi Cruciali.

 

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